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Arpae: “Nessuna emergenza Pfas, le falde sotterranee non sono inquinate”

Nessuna emergenza Pfas in Emilia-Romagna, dove non si registra alcun inquinamento delle falde sotterranee. È il risultato del monitoraggio svolto nel corso del 2018 dall´Agenzia regionale per la prevenzione, l´ambiente e l´energia dell´Emilia-Romagna (Arpae) e coordinato da Ispra, l´Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Le analisi hanno riguardato le acque sotterranee in 6 diversi punti del territorio regionale, con l´obiettivo di rilevare la presenza di 13 inquinanti: dai dati è emerso che “le acque di falda evidenziano valori abbondantemente al di sotto delle soglie di sicurezza, inferiori di 1 o 2 ordini di grandezza (il valore più alto rilevato è di 0,8 nanogrammi al litro; il massimo consentito è di 30)”. Limiti in gran parte rispettati anche per le acque superficiali, dove le verifiche sono relative a campioni prelevati in altri sei punti della regione. Gli unici casi di superamento, comunque di bassa entità, interessano la sostanza Pfos (acido perfluoroottansulfonico), con valori compresi tra 1,2 nanogrammi al litro che si sono registrati al Ponte Baccanello di Guastalla (Re) sul Crostolo e 9,7 nanogrammi al litro rilevati nella stazione di Ferrara lungo il Po di Volano (soglia 0,65 nanogrammi al litro). Una situazione, però, che dai primi dati disponibili dei nuovi monitoraggi avviati, appare in ulteriore miglioramento, con un unico campione (fiume Po a Piacenza il 17 gennaio scorso) superiore alla soglia (1,01 nanogrammi litro, sempre per il Pfos). È esclusa comunque qualsiasi situazione di emergenza: il quadro è infatti ben diverso da altre aree del Paese, ad esempio il Veneto, dove i valori riscontrati sono stati oltre mille volte superiori ai parametri di legge. Si tratta di picchi di contaminazione acuta non comparabili con la situazione dell´Emilia-Romagna.

Piano invasi, pronti 260 milioni per 57 progetti idrici

È stato firmato a Palazzo Chigi, infatti, il DPCM di adozione del primo stralcio del Piano nazionale del settore idrico – sezione invasi. Il Decreto, proposto dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, è stato condiviso dai Ministri delle Politiche agricole; dell’Economia; dell’Ambiente e dei Beni e delle Attività culturali; dall’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente e dalla Conferenza Unificata.

Al termine della prima riunione della Cabina di regia “Strategia Italia”, sono stati assegnati 260 milioni di euro: in particolare, hanno trovato ampio spazio le istanze presentate dai Consorzi di bonifica e dagli Enti irrigui, i cui progetti hanno assorbito circa il 50% delle disponibilità complessive.

Con questa ulteriore assegnazione, che fa seguito all’approvazione del primo Piano straordinario invasi, adottato il 6 dicembre del 2018 e che ha assegnato circa 150 milioni di euro a interventi nel settore agricolo, ammontano a oltre 900 milioni di euro le risorse complessivamente destinate al settore primario delle infrastrutture irrigue nell’ultimo anno.

“Diamo un’ulteriore risposta alle richieste del settore agricolo -ha commentato il ministro Gian Marco Centinaio-. Si tratta di opere pubbliche di fondamentale importanza, nonché un significativo tassello a favore di un’agricoltura competitiva sui mercati e di un territorio di qualità, che più di altri si deve attrezzare per fronteggiare i crescenti problemi di siccità e di carenza idrica causati dai cambiamenti climatici. La disponibilità di acqua è, inoltre, un elemento importante per la competitività del Made in Italy agroalimentare e per il sistema Paese”.

Embargo russo e competitori Ue spingono giù i prezzi delle pere

A poche settimane dalla fine della campagna di commercializzazione, la situazione della pericoltura italiana non è certamente rosea. Il 2018 è stata un’annata produttiva nella norma a livello di quantità, che si sono attestate sui volumi degli anni precedenti, circa 740.000 tonnellate.

Alcune varietà sono cresciute leggermente come l’Abate, (+1%), Santa Maria (+4%) e William (+2%), mentre Conference e Decana sono diminuite, rispettivamente del 3 e 4% (dati Oi – Organizzazione Interprofessionale Pera). Una situazione stabile, che ha portato a un livello di stock addirittura inferiori rispetto al 2017, con un calo di circa il 10% di prodotto destinato al mercato del fresco. Condizioni produttive e di scorte che avrebbero dovuto portare verso prezzi medi, ma alcuni fattori esterni hanno provocato una vera e propria anomalia di mercato, con l’Abate che, in media, difficilmente è arrivata a 90 cent/kg.
Per capire quali sono i problemi del settore, abbiamo fatto il punto con Alessandro Zampagna, general manager di Origine Group e Danilo Pirani, direttore settore frutticolo di Patfrut.

“Embargo russo e concorrenza olandese hanno affossato il mercato”

Alessandro Zampagna ORIGINE GROUP

Alessandro Zampagna (Origine Group)

“I prezzi delle pere sono stati condizionati da due fattori principali: la chiusura del mercato russo e la forte concorrenza dei paesi del Benelux, in particolare l’Olanda. L’embargo è diventato ormai un fatto strutturale, che costringe noi e gli altri Paesi della Comunità europea a cercare nuovi sbocchi di commercializzazione. Mentre gli olandesi, che hanno una Plv per ettaro molto superiore alla nostra, arrivano sul mercato in maniera aggressiva, in particolare con la Conference. Quindi è vero che da noi lo stock era inferiore al 2017, ma la quantità di pere in Europa, che è diventato il nostro mercato ‘interno’, era rilevante. Certamente noi abbiamo l’Abate e stiamo facendo di tutto per valorizzarla, ma non può costare il doppio di una Conference olandese o belga. Per uscire da questa situazione dobbiamo continuare a spingere sull’aggregazione e anche sull’Igp, che è ancora una quota molto bassa rispetto alla produzione. Bisogna, inoltre, operare anche sul rinnovamento varietale perché abbiamo delle varietà molto datate.
Non è facile perché la pera deve essere buona, bella, conservabile, altamente produttiva e resistente alle malattie, ma è un passaggio necessario per il futuro del settore. Poi, naturalmente, c’è il mercato cinese che, una volta fatto l’accordo fitosanitario, può rappresentare un’opportunità, ma occorre proporre alta qualità, avere un’offerta strutturata e continuativa e andarci in maniera aggregata e non discontinua.
Non è la panacea che risolverà i problemi della pericoltura, ma lavorando sul miglioramento e la valorizzazione del nostro prodotto è una possibilità da sviluppare”.

“Aggregazione e nuove strategie di commercializzazione per ridare slancio al settore”

Danilo Pirani PATFRUT

Danilo Pirani (Patfrut)

La campagna non è ancora terminata ma possiamo dire che, mediamente, c’è stato un calo di prodotto destinato al mercato fresco del 10% e una diminuzione di prezzo del 5%.
Quindi la Plv/ettaro è stata sostanzialmente inferiore del 15%, in particolare nell’area di Ferrara e Bologna. Un dato che preoccupa, soprattutto se dovesse diventare tendenziale.
Nel 2018 abbiamo avuto difficoltà nella gestione del prodotto, con la cimice asiatica che ha continuato a creare danni consistenti e alcune varietà, l’Abate in particolare, con problemi di maturazione anticipata.
Ci siamo trovati in una prima fase di commercializzazione con meno prodotto da vendere, ma da vendere con urgenza mentre da Natale in poi, siamo passati da un 10% a un 17-20% in meno a livello di giacenze e ancora problemi a livello di conservazione, anche se la qualità del prodotto era ottima. Uno scenario complesso, al quale si è aggiunta la concorrenza dei paesi produttori del Nord Europa e l’embargo russo.
Questo ha reso la concorrenza europea ancora più agguerrita e ha fatto scendere i prezzi, visto che Olanda e Belgio immettono sul mercato 700.000 quintali di pere, un volume simile al nostro, e la Conference è disponibile per 12 mesi.
Non c’è una ricetta miracolosa per riportare i prezzi a livelli remunerativi, ma sono convinto che se andassimo sul mercato con un’aggregazione commerciale di almeno il 60%, la situazione potrebbe migliorare. Se noi riusciremo a dare i produttori 10-15 centesimi in più rispetto al prezzo attuale, ritorneremmo a una situazione di normalità, dalla quale si potrebbe ripartire per il rilancio del comparto.
A livello di commercializzazione condivido pienamente l’operazione di Opera, alla quale aderisce Patfrut, di valorizzare una pera con un marchio distintivo.
E devo dire che siamo riusciti a raggiungere buoni volumi di vendita soprattutto nei negozi specializzati, ma nella grande distribuzione abbiamo un indice di penetrazione non sufficiente e non abbiamo una visibilità incisiva, probabilmente perché preferiscono referenziare i loro prodotti a marchio. Credo che su questo occorra lavorare nei prossimi anni, per avere un beneficio su tutta la filiera pericola, un’eccellenza che deve continuare a far parte del patrimonio frutticolo italiano.

di Erika Angelini

Quattro generazioni di vitivinicoltori con la passione per il Lambrusco

CAMPEGINE (Reggio Emilia) – “L’idea di Ferretti Vini nasce nel 2011 quando la cantina sociale di Campegine dove ha sempre lavorato nostro padre per oltre 40 vendemmie e dove conferivamo le nostre uve, chiuse inaspettatamente. Da quel momento inizia la nostra avventura di noi giovani sorelle, fondata sull’indispensabile esperienza di nostro padre”. Lo raccontano Elisa e Denise che dal 2014 conducono l’azienda di famiglia che ha legami con il mondo del vino dal lontano 1928, quando il bisnonno Sante e i suoi tre figli intrapresero la prima produzione di Lambrusco con le uve dei propri vigneti. Le abbiamo intervistate.

Quali sono i vostri ruoli nell’azienda? E degli altri familiari/lavoratori?

Denise: Lavoro a 360 gradi su tutti gli aspetti aziendali, dalla vigna alla cantina sono affiancata dall’esperienza e dai consigli del papà Sante, con cui spesso instauro dibattiti costruttivi in cui emergono fondamentali concetti tra tradizione e innovazione. Inoltre, mi sono dovuta specializzare anche nella gestione dei clienti, partecipando a diversi eventi di degustazione e promuovendo i nostri vini a diversi ristoratori nelle vicinanze, visto anche il fatto che Elisa invece lavora ancora fuori e la sua mansione principale sono le pratiche d’ufficio e la gestione delle spedizioni e delle fatturazioni. Ancora fondamentali i ruoli di papà Sante, mamma Anna e di mio cognato Nicola sia in vigneto che in cantina, a testimoniare che “l’unione fa la forza” e contraddistingue la nostra famiglia.

Quali sono le caratteristiche della vostra azienda?

Denise: La nostra azienda è composta da circa 3 ettari di Vigneto e altri 3 ettari destinati a produrre fieno da prato stabile che poi rivendiamo. Il vigneto più vecchio, circa 4000 m, risale al 1964, una parte ancora è condotto con il vecchio sistema dell’ alberate consociate con il prato, si trovano viti molto vecchie e da questo vigneto ricaviamo la nostra riserva di Lambrusco Caveriol Ros, mentre la restante parte del vigneto è molto più giovane ed è stata ripiantata. Dal 2011 ad oggi è condotta tutta con un sistema di potatura conservativa Simonit & Sirch a guyot, per favorire la longevità della pianta e ottenere grappoli di qualità. La caratteristica principale del nostro vigneto è la grande biodiversità di varietà che troviamo in vigna, abbiamo infatti 7 varietà di Lambrusco (Salamino, Maestri, Grasparossa, Marani, Oliva Barghi e Foglia frastagliata) e ben 5 varietà di uva bianca (Malvasia Bianca, Malvasia Aromatica di Candia, Moscato Bianco, Trebbiano Modenese e Pignoletto) che vengono vinificati in uvaggio, mentre l’unico vino in purezza lo facciamo con la Fortana o Uva d’Oro, un’uva antica dal grappolo grosso e contraddistinta da una bella acidità, che stiamo cercando di rivalorizzare nel nostro territorio.

Chi è il vostro cliente?

Denise: È il consumatore attento, quello che ricerca prodotti di qualità sani e tecnologicamente meno manipolati di cui conosce la provenienza, riconosce la grande attenzione che piccoli produttori come noi impegnano in tutti i passaggi della produzione, che sia in vigna e il lavoro rispetto dell’ambiente e della natura, sia in cantina nell’evitare l’uso di tecniche o coadiuvanti che entrino in contrasto con la naturalità dei prodotti. Il nostro consumatore è anche quello curioso: rifiuta l’omologazione e la standardizzazione, è alla ricerca di vini vivi che possano esprimere emozioni diverse con il passare del tempo e nelle diverse annate, soprattutto se sono emozioni legate a ricordi del passato e tradizioni del territorio.

Quale ruolo hanno territorio, tradizione e passione nella vostra impresa?

Elisa FerrettiElisa: Sicuramente fondamentale. Ferretti Vini nasce dalla nostra tradizione di fare Lambrusco per rinnovarla ed esaltarla rispetto alla vinificazione convenzionale. I nomi dei nostri vini sono tutti provenienti dal dialetto reggiano e dal mondo contadino in cui il Caveriol è il cirro della vite che crescendo le consente di “arrampicarsi”, così come lo Stropél è il salice che utilizziamo ancora in parte per la legatura della vite. Questi elementi come anche l’accoglienza che cerchiamo di fare in cantina con un tour dei vigneti e degli ambienti, la degustazione dei nostri vini in abbinamento a prodotti tipici locali quali parmigiano reggiano e salumi, e soprattutto il volerci sempre essere in prima persona ad accompagnare la mescita per poter raccontare la nostra filosofia ed il nostro terroir sono e saranno alla base della nostra azienda per poter avere un rapporto diretto con il cliente consumatore.

Quali vantaggi e difficoltà incontra una donna nello svolgere questo lavoro?

Denise: La donna purtroppo è ancora vista come più debole e forse incapace di sostenere sforzi fisici ma quando si mette in gioco con passione e determinazione riesce a gestire a 360° tutti i diversi aspetti che nel mondo agricolo si presentano.

Siete recentemente state a Vinitaly, che impressione avete avuto?

Elisa: Ci siamo sentite con un seme in campo tra le tante erbe e piante già vigorose, in cui tuttavia le nostre potenzialità ed i nostri prodotti sono stati apprezzati dai chi ci è venuto a trovare valorizzando la nostra realtà e scelte di agricoltura naturale.

Emilia Romagna, torna l’iniziativa ‘Fattorie aperte’

Domenica 5, 12, 19 e 26 maggio 2019, 145 realtà della nostra regione, tra cui 135 fattorie e 10 musei apriranno le porte a famiglie, curiosi e amanti della natura desiderosi di sperimentare per un giorno la vita in campagna e di conoscere luoghi e produzioni locali. (In alto a destra nella pagina potete consultare le schede delle fattorie aderenti suddivise per provincia con i programmi delle varie giornate).

L’iniziativa Fattorie aperte viene proposta ogni anno ai cittadini dalla Regione Emilia-Romagna. Essa si colloca in una prospettiva di educazione permanente all’alimentazione e alla sostenibilità ambientale e rappresenta un’occasione utile per avvicinare il mondo agricolo alla città con l’obiettivo di vincere una sfida importante: quella della trasmissione dei saperi e dei sapori che caratterizzano un patrimonio agroalimentare di riconosciuta salubrità, tradizione e cultura.

Sono cinque i percorsi tematici proposti per soddisfare tutti i gusti:

1 Natura e cultura: itinerari verdi e musei

2 La campagna insegna: laboratori per bambini e famiglie

3 Porta a casa la campagna: assaggi e acquisti di prodotti locali

4 Mangiare in fattoria: un pranzo genuino in campagna

5 Visita in fattoria: il lavoro dell’agricoltore e le tecniche produttive

Per ulteriori informazioni collegatevi a www.fattorieaperte-er.it

“Georgica, abbiamo insegnato a oltre 500 bambini”

“E’ stata una esperienza impegnativa ma davvero molto soddisfacente”. Parole di Martina Codeluppi, dell’azienda orticola ‘Codeluppi Pietro’ che ha partecipato a Georgica – la festa della terra, delle acque e del lavoro nei campi – che si è tenuta nel weekend sulle rive del Po.

“Oltre 500 bambini hanno partecipato con entusiamo ai nostri laboratori – prosegue Martina -: erano molto incuriositi nel mettere le mani nella terra. In particolare, insieme a mio zio Marino Alessandri abbiamo loro insegnato a mettere le piantine nei vasetti, a stabilizzarle e innaffiarle. Ma non solo: sono appassionata di apicoltura e ho esposto una teca con le api, cercando di sensibilizzare i piccoli sull’opera fondamentale di questi piccoli insetti. I loro sorrisi sono stati il miglior ringraziamento per il nostro impegno”.

In queste ore l’azienda orticola sta ricevendo numerose telefonate con offerte per ripetere i laboratori “anche in diversi festival sul territorio regionale. Ma abbiamo deciso di dare l’esclusiva a Georgica”.

L’appuntamento per tutti è dunque alla prossima edizione.

“I lupi hanno invaso il territorio reggiano, dall’Appennino al Po”

“I lupi hanno invaso il territorio dall’Appennino al Po. Difendiamo gli allevatori e i cittadini reggiani. È l’appello lanciato da Antenore Cervi, presidente Cia Reggio Emilia, per sensibilizzare le autorità sull’incontrollata proliferazione nel territorio reggiano dei lupi che attaccano con inquietante frequenza le greggi al pascolo e gli animali allevati in libertà. Scendendo a valle, sono già arrivati vicino ai centri abitati e rappresentano un problema per la sicurezza.

“I nostri soci ci segnalano con preoccupazione che le presenze dei lupi non riguardano più solo l’Appennino – denuncia -: testimonianze dirette mostrano come siano scesi in gran numero anche in pianura, addirittura sul Po. E inquietanti episodi di cronaca hanno recentemente riguardato anche la Val d’Enza e la zona ceramiche. A causa della invasività di questo predatore, che non ha nemici naturali, le aziende agricole trovano sempre più difficoltà nel portare al pascolo gli animali, che diventano prede facili per questi carnivori. Ma la questione riguarda anche i sempre più bovini allevati all’aperto. E aggressioni hanno già riguardato anche gli animali domestici. Non dimentichiamo che diversi attacchi sono poi stati messi a segno nelle vicinanze dei centri abitati, addirittura nei cortili delle abitazioni…”.

“Purtroppo i risarcimenti non compensano mai a sufficienza il danno che, oltre la perdita degli animali, comporta la ricostituzione del patrimonio ovino e zootecnico che si protrae nel tempo, con perdite economiche che non vengono riconosciute” rimarca Francesco Zambonini, responsabile Cia della zona di Reggio. E aggiunge Cervi: “In montagna questa situazione arriva a comportare la disaffezione all’agricoltura e allo spopolamento: non ce lo possiamo più permettere. Il ruolo degli agricoltori è fondamentale per la conservazione di ambiente, territorio e paesaggio”.

La richiesta della Cia è dunque di “attivare gli abbattimenti controllati. L’ambiente è fatto di equilibri. Tutte le volte che l’uomo interviene distruggendo e tutte le volte che intervienesalvaguardando ‘a prescindere’ crea disequilibri e ciò va sempre e comunque contro l’ambiente. Non si vogliono stragi, ma un giusto equilibrio fra le parti. E questo non può che essere gestito dall’uomo. Purtroppo c’è chi si preoccupa solo del lupo e dimentica gli agricoltori e i cittadini: per noi sono invece la priorità”.

Al problema dei lupi, si aggiunge poi quello dei cinghiali “che non solo compromettono le colture agricole ma mettono anche a repentaglio la sicurezza pubblica – prosegue Cervi -. Nel 2018 nella nostra provincia ne sono stati ufficialmente abbattuti poco meno di 1900 ma la situazione è ancora fuori controllo. Occorre riformare la legge nazionale sulla caccia, la 157 del 1992, per adattarla alle nuove e urgenti esigenze del territorio. Negli ultimi anni abbiamo infatti assistito a un aumento esponenziale degli ungulati in montagna e soprattutto in pianura: caprioli e cinghiali ormai hanno preso residenza fissa tra le nostre colture di pregio causando danni ingenti. Le misure adottate in questi ultimi anni hanno funzionato parzialmente ed è per questo non è più rinviabile un nuovo piano operativo, modificando la legge quadro che regola la materia”.

Il bando Ismea dedicato ai giovani agricoltori

È stato pubblicato il bando 2019 di Ismea che sostiene il “Primo insediamento in agricoltura”, uno strumento che ha l’obiettivo di sostenere l’accesso alla terra dei ragazzi di età compresa dai 18 ai 41 anni e favorire un ricambio generazionale che stenta a decollare.

Il bando mette a disposizione dei fondi per la stipula di mutui a tasso agevolato, che potranno essere ammortizzati in un periodo variabile dai 15 ai 30 anni. Per accedere al contributo i giovani dovranno presentare un Piano di Sviluppo Aziendale, che dimostri sostenibilità economica, finanziaria ed anche ambientale dell’azienda agricola, un tema diventato sempre più rilevante per il settore.

A disposizione ci sono 70 milioni di euro suddivisi in 2 tranche che coprono le esigenze dell’intero territorio nazionale: 35 milioni di euro per le attività localizzate nel Centro–Nord e 35 milioni di euro per le iniziative nel Sud e nelle Isole.

Le domande di finanziamento potranno essere presentate sul sito Ismea fino alle ore 12 del 27 maggio 2019.

Fattorie didattiche: iscrizione in modalità semplificata

Per presentare la domanda d’iscrizione nell’elenco delle Fattorie didattiche, la Regione ha individuato una nuova modalità “semplificata” oltre a quella “standard”.

E’ quindi possibile un iter semplificato, tramite il supporto dei CAA “abilitati”, con una pratica per cui vale l’istituto del silenzio assenso, per velocizzare l’iscrizione nell’elenco per consentire poi alle alle imprese agricole di presentare al Comune competente la “Segnalazione certificata di inizio attività” (SCIA) indispensabile per poter svolgere l’attività di fattoria didattica. I Servizi Territoriali Agricoltura Caccia e Pesca  competenti per i singoli territori,  proseguono l’acquisizione delle domande e la successiva istruttoria, definendo tale modalità operativa come “standard” e mantengono l’esclusiva competenza d’iscrizione nell’elencodegli operatori. I termini procedimentali per entrambe le modalità “standard” e  “semplificata”, restano previsti in 45 giorni dalla data di protocollazione

Nessun aumento di costi per l’irrigazione dei prati stabili

Nessun aumento di costi per l’irrigazione dei prati stabili. Lo ha deciso la Giunta regionale con una delibera approvata nella seduta di ieri, per l’importanza che queste superfici hanno nella conservazione del paesaggio agrario, della biodiversità, del suolo ela sostenibilità ambientale. In particolare, i prati stabili, oltre ad essere una coltura storica che caratterizza la filiera produttiva del Parmigiano-Reggiano, hanno una rilevante funzione di contenimento delle emissioni di gas serra, con riferimento all’accumulo di sostanza organica nel suolo, e rappresentano un patrimonio di biodiversità che come tale va preservato. Il provvedimento della Regione, adottato in attuazione degli obiettivi europei e nazionali per l’uso efficiente della risorsa idrica, stabilisce inoltre che l’applicazione del regime dei prezzi incentivanti per le buone pratiche negli usi irrigui dovrà essere recepito dai regolamenti consortili dei Consorzi di Bonifica entro il 31 dicembre ed essere applicato nella stagione irrigua 2020/2021.

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